Chiese campestri a Buddusò

Chiese campestri a Buddusò

SANTA REPARATA

Edificata sullo spiazzo di un piccolo promontorio ai piedi del nuraghe di Donnighedda ed a circa 100 metri dalla vecchia strada che da Buddusò portava ad Alà dei Sardi e che in quel tratto costeggia il fiume Riu e S’Ena. l’edificio è uno dei tanti esempi di chiese campestri, privo di pregi artistici e con una struttura semplice ma dignitosa. Il prospetto, con tetto,sino agli anni 50 in travature lignee, a capanna leggermente allungato verso la navata destra, di recente costruzione, presenta due portali, uno centrale, è il più antico; l’altro, costruito di recente, permette l’accesso alla navata destra, è di dimensioni minori rispetto al primo.
Al di sopra del portale centrale si apre una finestrella rettangolare. Sul colmo del tetto è stato costruito un piccolo campanile a vela.
Per poter ospitare la crescente affluenza dei fedeli la chiesetta nel 1913 fu ampliata con l’aggiunta di una seconda navata costituita da tre piccole cappelle le cui coperture, fanno apparire all’esterno il fianco destro dell’edificio al quanto originale. Su questa parete si aprono 8 finestrelle che migliorano l’illuminazione interna del santuario. Sempre su questa navata, costruita con conci di granito a vista, sulla cima della cappella che affianca il presbiterio è stato ottenuto un piccolo campanile, simile al primo. Sul retro della chiesa si apre un portale, attraverso il quali si accede alla sacrestia. Sul lato sinistro del tempio, nel punto in cui l’abside si incontra con la navata centrale è stata costruita una cappella realizzata durante la costruzione della navata destra.
l’interno è formata da due navate, una centrale e l’altra laterale.
La centrale che è la più grande e la più antica si presenta con la volta a due spioventi; è divisa in tre campate da archi che poggiano su dei pilastri cruciformi.
La navata laterale è costituita da tre cappelle che comunicano tra di loro tramite degli archi. Nella terza cappella è stato costruito un altare dedicato alla Madonna del Buon Cammino. La nicchia sopra l’altare occupa il simulacro ligneo della Madonna.
Nella parte sinistra della navata centrale, antistante la tribuna, si apre una cappella a cui si accede tramite un arco acuto. Questa costruita di recente è illuminata da due piccole finestre.
Al Centro, il presbiterio di forma quadrata è lievemente rialzato rispetto al piano di calpestio ( cm.25 ), ripropone il modello delle chiese sarde di origine gotico-catalana. l’arco trionfale, a sesto acuto, è stato ottenuto con blocchetti di trachite rosa sovrapposti e modanati. La volta è a crociera divisa da nervature in trachite.
La mensa e le colonnine dell’altare sono in granito. Originariamente, affermava Don Giov. Battista Demelas, l’altare era in muratura. Sopra l’altare è stata ottenuta una nicchia che custodisce il simulacro della santa, chiusa da una pannello in legno con disegni in stile gotico, un vetro al centro permette di vedere i simulacro della santa. La statua originaria, sostituita dall’attuale negli anni quaranta, presente nella chiesa sin dalla sua edificazione era in legno e ad altezza quasi naturale, teneva in mano la palma del martirio ed un libro. Il pavimento originale, in argilla, è stato sostituito nel 1951 con l’attuale in cemento.

Riguardo l’anno di fondazione del santuario non si ha alcun documento. Le uniche notizie riguardo la chiesa ci giungono da una campana fusa nel 1963 perché fessa e che riportava la data MD79 (1579) e la scritta Sancta Reparata ora pro nobis. La data iscritta sulla campana deve essere considerata come il più antico documento, dal momento che sull’esistenza della chiesa, sicuramente costruita in epoca precedente, sono in nostro possesso esclusivamente documenti posteriori.
Nel 1581 ad Alghero, in occasione del Sinodo diocesano del vescovo Andrea Baccalar, si fa l’elenco delle chiese campestri e rurali della diocesi riportando a fianco di ciascuna le somme che dovevano pagare al seminario per il sostentamento dei giovani chierici. In queste carte risulta che la chiesa di Santa Reparata doveva versare ogni anno 14 ducati. Sicuramente la chiesa aveva un ottimo reddito, che le proveniva da terre, bestiame ed altri beni mobili ed immobili di cui era proprietaria. E’ una ingente somma se si tiene presente che Buddusò pagava la tassa di cinque ducati, Alà dei Sardi e Monti un solo ducato e quattro ducati Osidda.
Dieci anni dopo, lo stesso vescovo Andrea Baccalar, il 19 giugno del 1591 fu costretto ad intervenire duramente contro gli obrieri della chiesa rurale di Santa Reparata che si erano appropriati delle rendite della chiesa e con la complicità dei pastori avevano cambiato il marchio agli armenti.
Walli Paris suppone che la zona dell’abside di architettura gotico-catalana, risalga alla fine del XV secolo, questa è la parte più antica del tempio. Tenendo presente che il più antico esempio di architettura gotico-catalana in Sardegna risale al 1326 (costruzione del primo impianto della chiesa di Bonaria a Cagliari). Considerato che l’abside della chiesa campestre di Santa Reparata ricalca questi moduli architettonici; visto che il gotico-catalano si sviluppa nel Nord Sardegna in epoca molto più tarda, possiamo considerare attendibile la datazione indicata dalla Paris.
Il santuario dista dal paese circa 3 chilometri e dalla statale 389 correboi, nel tratto che da Buddusò porta ad Alà dei Sardi circa 300 metri.

Sull’edificazione della chiesetta campestre di Santa Reparata si narra questa leggenda

A Buddusò si raccontava di un vecchio pastore che, giunto in località Caddos de Funes sopra un insieme di piccole rocce ( su una di queste, sino ad alcune decine di anni fa era infissa una croce ) vide seduta una fanciulla bellissima dalle vesti candide come la neve. Rivolta al vecchio la fanciulla disse: – Ave Maria -. Gratia plena – rispose costui, come era uso fare in quei tempi quando delle persone s’ incontravano per strada. “Io sono Santa Reparata” disse la fanciulla alzandosi in piede, e facendo un cenno con la mano destra soggiunse: “su quel piccolo promontorio voglio che si edifichi una chiesa in mio onore“. Assicurò il vecchio del suo particolare aiuto e scomparve, lasciando impressa sulla roccia l’orma del suo piede.
La notizia dell’apparizione in breve tempo si sparse in tutto il villaggio e con esultanza tutti i buddusoini contribuirono all’edificazione della piccola chiesetta campestre.

altre curiosità

Un manoscritto del Martirologio di Beda è il più antico calendario che segnali, all’8 ottobre Sanctae Reparatae Virginis. Questo manoscritto è datato dalla metà del IX secolo; anteriormente a quell’epoca non si trova in alcun testo notizia del culto della Santa. Il Boronio nel ritrascrivere il breve elogio della Santa tratto dal Martirologio di Beda nel Martirologio Romano, per inserire la memoria di Santa Reparata alla data dell’ 8 ottobre affermava

A Cesarea di Palestina, il martirio di santa Reparata vergine e martire: poiché rifiutava di sacrificare agli idoli, sotto l’imperatore Decio, fu sottoposta a diverse specie di torture e fu infine messa a morte con un colpo di clava. Si vide la sua anima uscire dal corpo e salire al cielo sotto forma di una colomba“.

La sua popolarità, tuttavia, dovette diffondersi piuttosto rapidamente in diverse zone dell’occidente ed in particolar modo in Italia, dove gode di grande fama.

 

altre chiese a Buddusò

SANT’AMBROGIO

SAN GIUSEPPE

 

  • Santa Reparata

    Santa Reparata

  • San Giuseppe

    San Giuseppe

  • Sant'Ambrogio

    Sant'Ambrogio

BUDDUSO’

SANTA REPARATA

la Festa

A Buddusò la si festeggia la prima domenica ed il primo lunedì di settembre. I festeggiamenti sono stati sempre curati da quattro persone dette sobristantes. Durano in carica un anno e si curano della raccolta delle adesioni, di riscuotere le quote tra la popolazione, dell’acquisto dei bovini da macellare per il pranzo. In passato si curavano anche della raccolta del grano che i buddusoini offrivano gratis per il pane della festa. Sono loro che nominano i nuovi sobristantes.
In passato, la prima domenica di settembre, al mattino presto, sulle rive del fiume riu mannu ad un centinaio di metri dalla subristantia si macellavano i bovini che, come scrive Don Demelas, potevano essere da sei a dieci (oggi si macellano altre 40 capi bovini per un equivalente di 90-100 quintali di carne).

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